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Per la celebrazione dei settecento anni dalla morte di Dante, insegnanti, studenti e altri membri della comunità scolastica propongono le terzine della Commedia che più hanno amato, con un breve commento. 

La mia terzina preferita è questa: 

Temer si dee di sole quelle cose
ch'hanno potenza di fare altrui male; 
de l'altre no, che non son paurose.
 
Siamo all'inizio della Commedia, nel secondo canto dell'Inferno, quando Dante ha appena incontrato la sua guida, Virgilio, e gli ha chiesto perché, perché devono farlo 'sto viaggio: "Io non Enea, io non Paulo sono". Perché proprio io? 
Ecco che Virgilio, allora, gli racconta che non è stata una sua idea, che dai cieli è scesa Beatrice e gli ha chiesto di correre in soccorso del suo amico Dante, che è in pericolo. Virgilio, però, è davvero un'anima cortese, si preoccupa anche per questa donna, scesa negli Inferi: "Ma lei non ha paura di scendere qua giù in questo centro, dove tutto è orribile?", le domanda. 
Beatrice risponde, tranquilla, proprio con questa terzina: 
Temer si dee di sole quelle cose
ch'hanno potenza di fare altrui male; 
de l'altre no, che non son paurose.
In tutti i commenti, da Boccaccio in poi, la spiegazione è piuttosto scontata: si deve aver paura di ciò che può farci del male. Io sono scesa qui, dice Beatrice, all'Inferno, ma sono una beata: che mi può accadere? Nulla. L'Inferno non mi tange, non mi tocca.
Ora, certo, dobbiamo temere ciò che ci fa male e Beatrice avrà voluto, dicendo così, fare implicitamente coraggio a Dante.
Eppure, se quell'altrui male lo leggessimo come ‘fare del male agli altri’? Cioè, si deve avere paura di tutto ciò che può fare male agli altri e di niente altro.
Mi sembra che questa attenzione, delicatezza sia proprio ciò che vale la pena di affinare; prima di ogni nostro gesto o parola, domandarci: sto facendo del male a qualcuno? Ma anche: è evitabile oppure no? Perché, certe volte, bisogna essere sinceri, fare scelte che scuotono, scelte per cambiare quel che non va più bene, anche se fa male; e sono i momenti più delicati. 
Questa, insomma, secondo me, è la terzina 'del coraggio'. 
Passato il vaglio: sto facendo del male? No. Oppure: forse sì, ma non posso evitarlo.  Posso al limite trovare un modo meno feroce? ("e il modo ancor m'offende"). 
Be', fatto questo, si può procedere: non si deve aver paura di chi è più potente, di agire fuori dagli schemi, di quel che pensa la gente o anche solo di fare fatica. Si va e ci si sente subito più forti e liberi, cresce dentro quell'allegria che viene proprio dal creare, dal nostro agire nel mondo quando cerchiamo di renderlo, anche solo un po’, migliore. 
Anna Frank aveva scritto una frase, in francese, sul risvolto della copertina di uno dei suoi quaderni: "Sois gentil et  tiens courage", sii mite e coraggiosa allo stesso tempo. Sembra un’antitesi, una contraddizione. 
Beatrice qui, in questa terzina, Inferno II, 88-90, ci spiega che si può fare. 
Marcella Cecchini
 

La mia terzina preferita è questa:  

Donna, se’ tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre
sua disianza vuol volar sanz’ali. 
 
Non c’è dubbio, di primo acchito mi sento decisamente attratto dalle suggestioni evocate da due grandi figure dell’Inferno dantesco: Farinata degli Uberti che s’ergea col petto e con la fronte/ com’avesse l’inferno a gran dispitto, e Ulisse, nel momento in cui pronuncia la sua “orazion picciola” che inizia con quella potente apostrofe, che tutti conosciamo. Mi sento tuttavia pienamente sereno, solo ripensando al canto XXXIII del Paradiso.
Capita ancora oggi, a chi voglia entrare in qualche chiesa poco prima della messa, di vedere sedute a piccoli gruppi delle persone, generalmente donne anziane, che stringono tenacemente nelle mani un rosario recitando antiche litanie. La pratica devozionale che ancor oggi si può osservare fa parte di una tradizione antichissima, che lo stesso Dante riprende e fa sua. Essa consiste nell’invocare ripetutamente i santi e la Madre di Cristo attraverso una lunga serie di titoli.
Siamo nel Paradiso, alla soglia della conclusione dell’eccezionale viaggio del poeta; San Bernardo prega la Madonna d’intercedere per Dante, affinché egli possa essere ammesso per un istante di fronte a Dio e perché i suoi sensi possano sopportare la straordinaria grandezza di tale visione, così, salendo d’intensità nella preghiera, si giunge a Donna, se’ tanto grande e tanto vali,/ che qual vuol grazia e a te non ricorre/ sua disianza vuol volar sanz’ali. Il ruolo intercessorio di Maria è in altre parole per Dante così grande, che qualsiasi nostro desiderio se non rivolto a lei, sarebbe destinato a rimanere senz’ali e quindi, inevitabilmente, a non poter raggiungere il Cielo.
Questo potrebbe far pensare che per Dante la grazia mariana sia legata solamente alla pratica devozionale, ma subito dopo i versi citati, l’autore allarga il campo e scrive: La tua benignità non pur soccorre/ a chi domanda, ma molte fiate/ liberamente al dimandar precorre; la bontà della Vergine, in altri termini, non solo soccorre chi si rivolge a Lei, ma molte volte liberamente anticipa i desideri delle persone che non hanno ancora trovato le parole e la forza per esprimerli, fino a raggiungere le persone dimentiche della fede e smarrite, proprio come Dante all’inizio del suo viaggio.
Ecco, sapere questo mi dà serenità e alla fine, ma solo alla fine… questa consapevolezza mi conquista più delle pose sprezzanti di Farinata e della potente orazione di Ulisse pronunciata prima di varcare le Colonne d’Ercole, perché al di là dei nostri comportamenti e delle nostre parole, è bello pensare ad una dimensione più grande, fatta di quiete e di ascolto.
         Dennis Borin
 

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Ultimo aggiornamento: 30/03/2021 - Articolo visualizzato 137 volte